Ancelotti modella il Napoli: le modifiche tattiche
Trequartisti, mezzepunte, rifinitori, chiamateli come vi pare: gli esterni alti (su carta) di Sarri sono in via di trasformazione in “interni” (per davvero) al servizio di Carlo Ancelotti. Una soluzione che non stravolge particolarmente le abitudini pregresse dell’attuale organico; anzi parliamo d’un concetto già presente nel Dna di questa squadra, praticamente da due anni, di fatto da quando Mertens ha cominciato a fare il centravanti ed “obbligato” Insigne e Callejon ad abbandonare la linea laterale, accentrarsi in mezzo e dialogare con i famosi triangoli stretti. Un accorgimento che con Ancelotti rappresenterà una costante, che tra l’altro ne ha caratterizzato in parte la carriera (ricorderete l’albero di Natale a tinte rossonere): gli amanti dei numeri, gli ossessionati dai moduli lo chiamano 4-3-2-1.
Cambia la fisiognomica (tatticamente parlando): “2-1” finale e non più “3”; dalla linea classica dei tre attaccanti alla formula dei due a sostengo d’un terzo (più avanzato). Non una rivoluzione clamorosa, lo ribadiamo, ma che balza all’occhio dell’esperto e dell’appassionato sin dai primi giorni di ritiro a Dimaro. Rimane identica la filosofia di gioco – come spiegato dallo stesso allenatore. Almeno a grandi linee; almeno per quanto concerne la gestione del pallone, il controllo del match, il predominio territoriale; tutte “conoscenze” – le chiama Ancelotti – che certamente resteranno le funzionalità di base e di riferimento massime del device azzurro.
E dov’è – allora – la novità? Dalla cintola in sù: gli esterni offensivi lavoreranno in funzione di quelli difensivi, e viceversa; i primi aprono loro gli spazi, i secondi l’attaccano. Con quali uomini? Insigne e Verdi s’intendono a memoria: quattro piedi magici in due, s’apprestano a diventare i migliori interpreti del ruolo. Quello di supporto al Mertens/Milik/Inglese (si spera qualcun’altro) di turno, e d’appoggio ai laterali bassi. Che a differenza delle precedenti indicazioni, quando si limitavano ad un mero compito di palleggio, con Ancelotti raggiungono direttamente il fondo, talvolta contemporaneamente, con l’obiettivo di crossare.
Da verificare la posizione di Callejon: è un esterno tutta fascia, lo conosciamo; eccezionale nei movimenti senza palla, meno utile se gli si chiede d’inventare calcio. Caratteristiche che lo rendono impossibile da clonare, e che tuttavia stridono col nuovo corso, con le piccole modifiche installate nel software originario. Da non scartare, però, una ipotesi: quella che Ancelotti consideri la diversità, l’unicità di Callejon una ricchezza, un plus valore, il downgrade ideale che gli permetta di ripristinare il “vecchio” 4-3-3. Con un click. Con un taglio.
E’ così che Ancelotti sta modellando il Napoli. Con pazienza, alla ricerca d’una sintesi. Tra passato e futuro. Perchè il nuovo passa e riparte anche dal vecchio. Sarri ha seminato, Ancelotti prende e raccoglie. E conserva, prima di tutto. Poi risemina. A sua volta, a modo suo. “Desarrizzazione” no: si sta ripartendo da un sistema oramai rodato, comunque efficace. Un processo pensato, razionale: ancora una volta, il Napoli non si rivoluziona. E’ un contributo anche questo. Sottile, latente: l’ha insegnato Allegri, che sulla Juve di Conte ha realizzato i successi di oggi. Ancelotti ha ereditato una macchina già ben oliata, che di serie aveva parecchie cose buone. Mancavano (mancano) degli optional. Che sta aggiungendo. Senza distruggere.


