Il Valencia prima di Benitez: i due successi in Coppa delle Fiere
Nel Napoli più iberico della storia, scopriamo le curiosità, gli aneddoti, il modus vivendi della cultura spagnola
¡Hola!
Tra le due litiganti Real e Barça, il Valencia Club de Fútbol ha spesso goduto. Quando blancos e blaugrana si sono concessi delle siestas i Taronjes ne hanno saputo approfittare, nutrendosi di un palmares di tutto rispetto: sei titoli di Spagna, sette Coppe del Re, una Supercoppa nazionale, una Coppa delle Coppe, un Intertoto e una Coppa Uefa. Ops, tre Coppe Uefa. Perché al carnet dovremmo aggiungerci anche due affermazioni in Coppa delle Fiere, la ‘nonna’ dell’attuale Europa League. Eh già: i levantini sono infatti gli unici nel vecchio continente ad aver vinto entrambi i trofei. Quello conquistato nel 2004 da Rafa Benitez appartiene alla storia recente, i suoi ricordi sono ancora vividi nella memoria di chi si appassionò alla trionfale cavalcata di Cañizares e compagnia. Tra l’altro ne abbiamo già discusso in passato, a proposito di come in ogni sua stagione il tecnico madrileno sia arrivato a giocarsi un obiettivo fondamentale. Dunque, di quella Coppa UEFA vinta a Goteborg contro l’Olympique Marsiglia si continua ancora a parlare con piacere. I successi del passato, invece, sembrano dimenticati in un porto nelle nebbie lontanissimo, tanto quanto gli anni in cui il Valencia costruì la sua piccola fama a livello europeo. E sono appunto quei successi che ora desideriamo raccontarvi.
TARONJES ALLA BRASILIANA – Nata nel 1955 per iniziativa dell’allora vicepresidente della FIFA, lo svizzero Ernst Thommen, la Coppa delle Fiere viene istituita con un obiettivo ben preciso: consentire alle città organizzatrici di fiere internazionali di implementare gli introiti già derivanti dalle manifestazioni campionarie. Fin dall’inizio le spagnole fanno la voce grossa: il Barcellona vince infatti le prime due edizioni, la 1955-58 (triennale) e la 1958-60 (biennale). Nel 1960-61, la prima con formula annuale, break della Roma vittoriosa sul Birmingham City. L’anno successivo le partecipanti aumentano. E tra queste c’è proprio il Valencia. I levantini in quegli anni non sfigurano in Primera División, sebbene sia difficile per chiunque contrastare l’eterna egemonia castiglio-catalana interrotta solo qua e là da Atlético Madrid e Athletic Bilbao. Quella stagione, la 1961-62, sembra però essere sorta sotto una cattivissima stella. Il 21 giugno 1961, mentre percorrono in macchina la Carretera El Saler-Valencia, il brasiliano Walter Marciano, Sócrates Belenguer e il neoacquisto Luis Coll rimangono coinvolti in un terribile scontro con un camion. L’attaccante paulista è alla guida e muore sul colpo, i suoi compagni di squadra si salvano per miracolo. Per aiutare la vedova e i figli, l’1 luglio viene organizzata un’amichevole a Mestalla contro il Fluminense, tra le cui fila milita la talentuosa punta Waldo Machado da Silva. Tempo pochi giorni e Waldo diventa giocatore del Valencia: sarà uno dei goleador più prolifici e meglio ricordati dal pubblico Taronjes. Grande e memorabile quanto l’uomo che opziona il suo acquisto: Julio de Miguel, presidente dei ‘Che’ da pochi giorni, un altro nome illustre nel firmamento levantino. Il puntero di Niterói forma una coppia d’attacco affiatata con l’indigeno Vicente Guillot, e a fargli passare la saudade ci pensano i connazionali Décio Recaman e Francisco ‘Chicão’ Dos Santos. Lì davanti sanno il fatto loro anche Nando Yosu e l’uruguagio Héctor Núñez. A centrocampo il cervello è il catalano Ribelles, tutto velocità e geometrie, tecnico e velenoso nei tiri da fuori e dal dischetto, mentre Sastre pensa a fare legna. In difesa la solidità e la calma olimpica di Piquer, Mestre e Quincoces sopperiscono alle frequenti evanescenze di Chicão, mentre in porta Goyo Verdel concede poco allo spettacolo, anche se ogni tanto liscia nel bloccare il pallone.
LA DOPPIETTA DEL ‘CONIGLIO’ – Guidati dal futuro CT delle Furie Rosse Domènec Balmanya, nell’autunno ’61 i valenciani al primo turno pescano il Nottingham Forrest. I ‘Tricky Trees’ non sono ancora quelli di Brian Clough, eppure hanno vinto appena due anni prima la Coppa d’Inghilterra, dunque meritano rispetto. Ma all’andata a Mestalla basta una doppietta di Waldo a superarli, mentre nel retour-match al City Ground gli inglesi ricevono una sonora batosta: 5-1 con altre due reti del brasiliano e tripletta di Núñez. La sfida successiva è contro gli svizzeri del Losanna. Siamo in inverno e nella patria del cioccolato c’è troppa neve: si decide di giocare un’unica sfida in Spagna. L’antivigilia di Natale agli ex Barça Ribelles (due gol) e Coll rispondono Vonlanden e Gliskovic (anche lui due reti), e solo un’invenzione del solito Waldo a 9’ dal termine risolve le cose. Ai quarti grande sfida: c’è l’Inter di Helenio Herrera. Il primo round in casa viene vinto 2-0: Guillot chiude la pratica nei primi 7’. Il ritorno a San Siro termina 3-3: Chicão, Recaman e Ficha replicano a tono a Luisito Suárez e Lorenzo Bettini. In semifinale arriva il temibile MTK Budapest. A Valencia indiscutibile successo per 3-0, in Ungheria per i raffinati magiari giunge una solenne bastonatura: 7-3! I Mondiali in Cile sospendono il torneo, la doppia finale si gioca praticamente all’alba della stagione successiva. E frattanto ci sono stati alcuni cambiamenti. In panchina Balmanya ha lasciato il posto ad Alejandro Scopelli, ex stella anni ’30 dell’Estudiantes soprannominato ‘El Conejo’ (il coniglio), protagonista da giocatore anche di una contorta esperienza alla Roma. E in porta ecco Ricardo Zamora junior. Sì, proprio lui, il figlio dell’immortale ‘Divino’. Il rivale dell’ultimo atto fa tremare i polsi: è il Barcellona. L’8 settembre 1962 la prima finale a Mestalla. Due volte il leggendario Kocsis suona la carica per i catalani, due volte lo raggiungono Yosu e Guillot. Poi Nando segna la terza rete al 41’, e nella ripresa i Taronjes dilagano: altre due reti di Guillot e la ciliegina di Núñez mettono in cassaforte la Coppa. Il ritorno al Camp Nou è una passerella: Guillot risponde a Kocsis. Il successo del Valencia sul colosso blaugrana sorprende tutti: per ‘El Conejo’ è un risultato inatteso, applaudito da tutto il calcio europeo. Logico, dunque, che i levantini siano tentati di concedere il bis nell’edizione successiva. Un’edizione che si preannuncia tosta, dato l’allargamento delle pretendenti a trentadue. L’urna regala ai chicos di Scopelli il Celtic Glasgow, alla sua prima partecipazione. Gli scozzesi partono con gli sfavori del pronostico, e difatti cadono 4-2 all’andata in terra spagnola per poi rendere meno amara l’eliminazione con un 2-2 al Celtic Park. Negli ottavi un altro club dalla patria del kilt: il Dunfermline Athletic. L’impegno appare abbordabilissimo, tanto più che a Mestalla il Valencia s’impone 4-0. Ma il secondo round, nel catino dell’East End Park, è un pianto greco. Su un terreno gelido e indurito (‘cemento armato’ lo chiamerà anni dopo Guillot), i valenciani ne prendono sei (a due) cinque nel solo primo tempo. E la goleada si ferma appena in tempo solo perché gli iberici, imitando l’astuta ala José ‘Ficha’ Baeza, mettono mano a tacchi di gomma, più aderenti al terreno. Serve la ‘bella’ in campo neutro. 6 febbraio 1963, Estadio do Restelo di Lisbona: una zampata di Mestre manda a casa il Dunfermline. Quarti di finale e ancora un’avversaria scozzese: l’Hibernian. Stavolta è tutto facile: 5-0 in Spagna, sconfitta indolore 1-2 a Edimburgo. In semifinale ecco la Roma di Manfredini, Orlando, Charles, Angelillo e De Sisti. A Mestalla nel primo tempo il Valencia va all’assalto della porta di Cudicini, mentre sull’altra sponda ‘Piedone’ e ‘Er Bullo’ creano pericoli. Nella ripresa Waldo e compagni schiacciano i giallorossi e nel giro di dieci minuti, dal 78’ all’88’ chiudono il conto con Chicão, Núñez e il solito Guillot. Al ritorno all’Olimpico inutile successo di misura per i capitolini. L’ultimo ostacolo verso il doblete è massima espressione dell’allora fantasioso e tecnico calcio jugoslavo: la Dinamo Zagabria di Milan Antolkovic. La prima finale è in Croazia il 12 giugno. I balcanici partono forte e al quarto d’ora rompono il ghiaccio con Zambata. Nella ripresa è un monologo valenciano. Mañó, sostituto di Guillot impegnato in Nazionale, si vede annullare dall’arbitro italiano Adami un goal per un fuorigioco inesistente. A togliere le castagne dal fuoco al 64’ è Waldo: una sua cannonata su punizione buca le mani a Skoric. E tre minuti dopo il portiere croato deve arrendersi al siluro di Urtiaga, che strappa gli applausi del pubblico di casa. L’ultimo atto va in scena in una cornice magica: nottuna estiva in un Mestalla tutto esaurito. Il Valencia lascia sfogare la Dinamo quanto basta per poi punirla con Mañó e Núñez. Ed è un’altra festa per i ‘Che’. Anche per Scopelli, il quale lascia la guida dopo appena due annate. Restano tuttavia vive le sue due imprese. Forse non salutate all’epoca con appassionato e meritato calore, ma impresse comunque a fuoco vivo nel carnet dei Taronjes. Intristisce che se ne parli poco oggi. Sarebbe d’uopo tornare a celebrare tali gesta. Senza nulla togliere, ovviamente, a quanto di bello realizzeranno Carboni, Aimar, Rufete, Mista, Vicente, Ayala eccetera quarant’anni dopo.
¡Hasta la próxima!


