LA FEBBRE DI NICK HORNBY
Febbre a 90° (Fever Pitch), opera prima del noto scrittore inglese, è un inno al calcio. Lo sport più popolare del mondo visto da un tifoso come malattia, ma anche come metafora di vita
Non è mai facile descrivere la passione per il calcio e il tifo per una squadra: si tratta di fenomeni strettamente connessi, che risulta complicato spiegare così su due piedi e che richiedono uno studio approfondito. Si potrebbero scrivere saggi a iosa sul tema, non dissimili da quelli dedicati ai sogni o a come guarire dall’ansia. C’è chi invece ha voluto rendere l’argomento materia letteraria, raccontandolo in maniera scanzonata, bizzarra, passionale, ma al tempo stesso riflessiva e non meno seria. Per esempio Nick Hornby. Prima insegnante, poi giornalista free lance e infine scrittore conosciuto ovunque, l’inglese Hornby, nato a Redhill nel 1957, ha iniziato la sua carriera di romanziere nel 1992 con la sua opera forse più conosciuta, tutta dedicata al football e al suo amore per il glorioso Arsenal: Fever Pitch, tradotta in Italia con il titolo Febbre a 90°.
TUTTO PER IL CALCIO – Febbre, sì. Perché non può che essere simil-patologica la condizione di chi annulla se stesso nell’idolatria per il calcio, unendo a doppio filo la sua vita e i suoi cicli esistenziali allo sport più bello del mondo. Una devozione incondizionata, una philia immediata e difficile da svellere; lo si capisce fin dalle prime pagine del libro: “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”. Una vera e propria passione, dunque. Appunto per l’Arsenal, la squadra alla quale Nick si lega dall’età di undici anni, cioè da quando, il 14 settembre 1968, suo padre lo porta ad Highbury a vedere i Gunners contro lo Stoke City. I londinesi vincono grazie a Terry Neill, ma quel che accade in campo interessa poco al futuro autore, colpito in quella sua prima volta (o “Debutto in casa”: così s’intitola il primo capitolo) dal caos che lo circonda, lo spettacolo vissuto sugli spalti, la “travolgente maschiezza del tutto”. Il giovane Nick metabolizza ben presto l’atteggiamento di quell’enorme massa urlante: esaltata per un goal, arrabbiata e dedita al turpiloquio nei confronti di un calciatore o dell’arbitro. Atteggiamento deplorevole, certo, eppure sufficiente a che nel corso degli anni egli sviluppi l’occhio critico, nel calcio come nella vita. Il popolo di Highbury e l’Arsenal diventano per Nick una valvola di sfogo alla sua adolescenza difficile, scandita dalla separazione dei genitori. Il suo è un disgusto, lo stesso mostrato verso una squadra mediocre che, a parte il ‘double’ Campionato-FA Cup del ’70-’71, in quegli anni regala solo delusioni ai suoi fans. Tanto in Inghilterra quanto in Europa, ove per giunta perde la Coppa delle Coppe 1980 col Valencia. Le amarezze calcistiche prendono il sopravvento nell’esistenza del narratore, talvolta frustrandolo più di quelle umane. Anzi, spesso si mischiano a queste ultime, provocandogli viepiù scoramento. Il coinvolgimento è troppo forte affinché ciò non accada. E tutto questo per 24 anni, dal 1968 al 1992, divisi nel libro in tre parti. Un periodo nel quale Hornby e l’Arsenal (e il calcio) sembrano un tutt’uno. La storia è scandita dalle date di partite storiche, quelle che nel romanzo costituiscono capitoli a sé stanti. Quei match visti senza se e senza ma, mandando al diavolo compleanni, matrimoni, ricorrenze eccetera. Sfide da seguire in corpore vivi infischiandosi anche di malanni fisici, persino di possibili agguati degli hooligans (siamo negli anni ’70). Il calcio detta tutto nei sentimenti: vittoria e sconfitta vengono vissute come gioia o dramma personale, come un momento superiore ad aspetti che invece dovrebbero essere fondamentali. Il calcio detta tutto dello scorrere del tempo. Si vive contando le ‘stagioni’, non gli ‘anni’ intesi come anni solari: non si parte da gennaio per arrivare a dicembre, bensì da agosto a maggio (“giugno e luglio non esistono neanche, soprattutto negli anni dispari, che non hanno i mondiali o gli europei”), e gli anni vengono ricordati con quattro cifre separate da un “silenzioso trattino”. E il calcio detta tutto anche del ragionare, dell’interloquire, del riflettere su ogni dettaglio terreno. Il calcio, insomma, detta la vita, diventandone metafora. E’ follia, certo. Ma una lucida follia.
SIAMO TUTTI NICK – Tanto lucida al punto che Hornby, a un certo momento della storia, si rende conto di quanto possa far male l’amore per l’Arsenal. E così si promette di staccarsene, specialmente quando nella sua esistenza entrano il primo vero amore e un’altra passione, quella per lo studio e l’insegnamento. Gli insuccessi dei Gunners potrebbero aiutarlo allo scopo, ma basta il primo risultato di prestigio, oppure l’arrivo di un grande acquisto, per riavvicinarlo ai rossi di Highbury. Il tempo, però, ha aiutato Nick a crescere. E il calcio non è visto solo nel suo carattere più istintuale e incontrollabile, ma viene altresì analizzato in modo serioso, quasi filosofico. Il che si evidenzia quando compaiono gli eroi della domenica dell’Arsenal. Uno in particolare: Liam Brady, il più forte calciatore irlandese di sempre, la stella che negli anni ’70 illuminò l’Arsenal dal torpore. L’autore confessa di adorarlo “perché, nel nostro gergo, se lo spremevi sprizza Arsenal da tutti i pori”, ma anche perché si mostra intelligente sia dentro che fuori dal campo. Nick lo ama così tanto, fino a cadere in depressione quando nel 1980 ‘Chippy’ diventa uno dei primi stranieri ad approdare in Serie A dopo la nostra riapertura delle frontiere. C’è spazio, però, pure per gli altri. Ad esempio per Paul Gascoigne, altro fenomeno: anche lui intelligente, ma solo coi piedi (come non dargli torto?). E le considerazioni si fanno via via più profonde quando toccano lo spinoso argomento della violenza negli stadi. Una piaga tremenda per l’Inghilterra di allora, un marchio d’infamia cancellato a fatica. Hornby parla dell’Heysel e della strage di Hillsborough con fatalismo ma non senza sarcasmo. Degli hooligans del Liverpool che uccisero i supporters juventini a Bruxelles dice che “il loro reato era solo quello di essere inglesi”, poiché avevano ‘soltanto’ dato vita a una carica: cosa abituale in Inghilterra, non nel resto del mondo, sicché gli italiani furono forzati a fuggire verso un muro finendovi schiacciati. Di Hillsborough Hornby dirà che la polizia, il 15 aprile 1989, non ha avuto tutte le colpe per quei 95 tifosi Reds morti. “Sarebbe potuto accadere ovunque”, afferma. A quei tempi, non certo nell’ipersicuro calcio inglese di oggi. E Nick riflette anche sul calcio in sé. Per lui è lo sport più bello, perché il goal, a differenza del punto e del set, ha quello che lui chiama “valore della rarità”, in quanto non capita sempre in una partita. Perché i più piccoli possono avere la meglio sui più grandi, il che non succede in altre discipline; perché si uniscono forza e intelligenza; perché certi gesti armonici, come “un tuffo con colpo di testa perfettamente sincronizzato o un preciso al volo” sono peculiari di questo sport. Pertanto, a quale conclusione giungiamo una volta chiuso il libro? Semplice: un po’ tutti ci rispecchiamo in un individuo ‘affetto da calcio’ che non perde contatto con la realtà, pur smarrendola a tratti. Forse anche chi non ama la palla al piede sarebbe capace di leggerla metaforicamente, di recitare alla luce di essa il suo film personale. Certo, chi conosce il calcio a menadito riesce meglio in ciò. Come il Paul Ashworth protagonista dell’omonimo film (1997) tratto dal libro, diretto da David Evans e interpretato da Colin Firth. Ma chi non conosce o non ama il calcio può sempre lasciarsi contagiare dai suoi simili ‘malati’: può capirli, e finanche comprendere qualcosa della loro ‘febbre’. E riceverne un valido insegnamento. Questo è il senso di Febbre a 90°. Ed ecco perché val la pena di leggerlo e rileggerlo.


