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Un risultato che più telefonato non si può. Si torna a casa con un punto conquistato senza troppi patemi d’animo da due squadre che avevano tutto l’interesse a non farsi del male e spartirsi la posta in palio. E non c’entra molto l’affetto per mister Reja, che ha portato il Napoli dalla C all’Europa, né tantomeno l’inimicizia comune verso i “cugini” romanisti. Per mero calcolo machiavellico il pareggio era ciò che conveniva di più sia al Napoli che alla Lazio, e così è stato.
Con ben pochi sussulti in senso contrario. Partenza shock per i partenopei che si sono visti infilare da Floccari dopo soli due minuti. Per scardinare il bunker azzurro Reja ha fatto ricorso proprio alla sua nemesi, l’espediente che spesso ha mandato in bambola la sua difesa quando sedeva sulla panchina napoletana: l’uomo tra le linee che scombussola piani e marcature. La chiave tattica della gara, almeno finché ne ha retto l’impatto, è stato l’innesto di Mauri a fluttuare alle spalle di Rocchi e Floccari. Non si capiva chi dovesse marcarlo e infatti il trequartista laziale ha fatto ciò che voleva per tutto il primo tempo, compreso l’assist per il gol-lampo biancoceleste. Ciò che è apparso veramente irritante però è la consueta incapacità da parte degli azzurri di mettere in mostra un gioco fluido. La solita serie di indolenti passaggi a centrocampo, senza verticalizzare mai, provvede a rallentare la manovra in maniera irritante, e la porta avversaria diventa un miraggio manco fosse un’oasi nel deserto. Gargano quando ha la luna storta sbaglia più passaggi di un medianaccio di periferia, e delegare soltanto a lui che non ha il piedino fatato la costruzione del gioco è un compito quanto mai ingrato. Con la difesa un po’ in bambola e un Maggio versione letargo primaverile la nota positiva è sicuramente Camilo Zuniga, sempre più propositivo a sinistra e ancora più a suo agio sul settore di destra. Se mai tornerà Dossena, il colombiano può diventare una risorsa preziosa anche da quest’altro lato, almeno fino a quando non rivedremo il Maggio dei tempi migliori.
L’unica vera fiammata del Napoli in questa gara non bellissima è stato il pezzo di bravura che ha portato alla rete del pareggio. L’assist di Quagliarella ad Hamsik è una perla da manuale del perfetto rifinitore, il lob dello slovacco è invece un tocco di classe e freddezza proprio più di un brillante centravanti che di un centrocampista puro. Se trovasse anche una collocazione tattica che non lo tolga dal gioco per 70-80 minuti a partita, Marek sarebbe uno dei migliori al mondo nel suo ruolo; e poi forse non basterebbero neppure il doppio dei trenta milioni offerti da alcune squadre inglesi… Bene quindi un punto senza rischi né patimenti, ma a poche gare dal termine bisogna iniziare a ragionare in maniera un po’ diversa.
La zona Champions’ è sempre più raggiungibile, con Fiorentina e Genoa che si eliminano da sole e la Juve alle prese con una crisi di identità forse troppo grande. Ma la bagarre coinvolge troppe squadre per fare un passo falso, quando cade una Samp c’è un Palermo che rimonta o viceversa. I punticini stiracchiati non bastano più, a meno che non ci si vuole accontentare di un anonimo sesto posto e tutti in Europa League. È vero, la Uefa sarebbe un gran risultato, se guardiamo alle premesse di inizio stagione. Ma da ottobre ad oggi sono cambiate tante cose, e non solo per il Napoli: non provarci neppure e lasciare una fra Samp e Palermo andare in Champions’ sarebbe un vero e proprio delitto.
