BUON SANGUE NON MENTE
Probabilmente ci piace anche per questo. Se Walter Mazzarri ha fatto subito breccia nel cuore dei tifosi del Napoli è stato proprio per quell’atteggiamento sanguigno e genuino che è poi nel Dna di ogni napoletano verace che si rispetti. Pane al pane e vino al vino, i toscani in questo fanno scuola ma i partenopei vengono giusto un’incollatura dopo. Certo, anche i risultati hanno dato il loro buon contributo, ma se il Maz è un personaggio così quotato da queste parti è anche per il suo modo di essere, non certo solo per i punti in classifica. Poi naturalmente non tutte le ciambelle riescono col buco. Quando si parla di allenatori toscani, la memoria non può che correre ad una vecchia conoscenza azzurra, che però non ha lasciato un così bel ricordo, tanto da essere accolto con cori tutt’altro che simpatici ogni volta che fa ritorno a Napoli. Renzaccio Ulivieri, il primo a portare Mazzarri alle pendici del Vesuvio. A quell’epoca Walter era il suo “secondo” e del maestro ha preso parecchio, soprattutto dal punto di vista dell’animosità che mette in campo. Poi (per fortuna) ha maturato un suo personale credo tattico e soprattutto ha evitato di ricalcarne la spocchia che a suo tempo inimicò la tifoseria napoletana al tecnico di San Miniato; il carattere fumantino però è Ulivieri doc, cosa che può anche andar bene a patto che non si trascenda.
Invece purtroppo a volte accade, e a farne le spese è quello strombazzato alto profilo che vorrebbe darsi il Napoli, inteso come squadra ma anche come società. Si può essere forti anche senza essere antipatici; si rischia invece di diventarlo quando ci si lascia andare a troppi isterismi, specie quando sono gratuiti come a Cesena. Il fallo su Cribari non c’era, la leggerezza del difensore brasiliano poteva vedersi anche ad occhio nudo, mentre Mazzarri ha preso a sbracciarsi ed inveire come se gli avessero appena rubato l’argenteria a casa. Logica l’espulsione, pessimo l’esempio che si dà al gruppo, che già di per sé non è proprio l’emblema della mansuetudine. Una squadra vive anche dell’esempio che gli vien dato, e se il direttore d’orchestra è il primo a sbroccare è facile che anche gli interpreti diano fuoco alle polveri, rischiando grosso in campo. Per carità, qui nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione il profilo tecnico di Walter Mazzarri né tantomeno quello caratteriale. Se è il caso di ripeterlo, lui ci piace così com’è, senza boria e senza atteggiamenti da professorino che risulterebbero senz’altro indigesti. Basta restare nel campo della genuinità rustica senza sconfinare nell’ineleganza: è ciò che si richiede a certi livelli soprattutto fuori dall’Italia. È un uomo intelligente, il mago Walter, con la squalifica avrà modo di rifletterci un po’ e capirlo da solo. C’è un margine sottile fra un vincitore e un vincente, e la differenza la fanno proprio questi piccoli dettagli.
